Racconto di: Ayane-sensei

Tipo racconto: Fantasia


POV BEATRIX

«Signorina Clifford, è in ritardo», esordì la voce austera e carica di ammonimento del possessore degli occhi più glaciali che avessi mai guardato.

«Non ho sentito la sveglia, prof», biascicai lamentosamente ed entrai noncurante in classe, con tutti gli occhi dei miei compagni puntati addosso. Nonostante avessi tutta l’attenzione puntata addosso e avessi scatenato bisbigli e risatine soffocate, l’unico sguardo che riusciva a farmi percepire una sensazione di disagio era quello del professor Dante Villan. Gelido, autoritario e severo. Sembrava come se potesse distruggermi e rimettere insieme i pezzi di me come desiderava lui. Era virile e seducente oltremodo, e vedere come le altre studentesse lo guardavano desiderose di sue attenzioni, mi faceva desiderare ancora di più di attirare tutta la sua attenzione solo su di me. E l’unico modo per attirare l’attenzione di un uomo così sicuro di sé, professionale e scrupoloso essendo nella mia posizione, era decisamente farlo imbestialire e innervosire.

«È la terza volta che succede, signorina Clifford. A fine lezione resterà qui e mi aiuterà nella correzione delle verifiche dei suoi compagni, verifica che ovviamente lei non ha fatto perché assente», mi informò il professor dispotico.
Lo guardai omicida e sistemai dietro l’orecchio una ciocca sbarazzina e poi mi andai a sedere al mio posto, elettrizzata. Far innervosire le persone era quello che più mi piaceva. Solo quando sbagliavo qualcosa venivo considerata. Nella mia famiglia era sempre stato così.

La lezione di letteratura italiana trascorse in fretta e mi ritrovai a fissare ogni singolo compagno di classe abbandonare l’aula finché non diventò vuota e silenziosa. L’unico rumore era quel cigolio fastidioso di un cassetto che veniva aperto.

«Signorina Clifford, prenda una sedia e venga qui», ingiunse il professore con austerità.

Io annuii e sbuffai, al che il professore sollevò il capo segnato da una mascella serrata e da una leggera velatura di barba. Mi trucidò con quegli occhi che sembravano voler controllare tutto e tutti. Il professor Villan prese lesto le verifiche e le posò sulla cattedra generando un tonfo.
«La smetta di ostentare quell’atteggiamento di arroganza e noncuranza, signorina Clifford.

La sua famiglia non sarà felice se dovesse essere convocata», mi avvisò il professore, con una minaccia tacita nascosta sotto la professionalità.

«E lei crede che mi freghi qualcosa, professore? La mia famiglia non è mai felice», risposi indisponente e con nonchalance. Presi una sedia e la spostai rumorosamente e poi mi sedetti. Accavallai le gambe e puntai gli occhi sulla sua espressione che intimava guai. Il professor Villan era un uomo sulla quarantina, dai capelli corvini e la barba leggermente brizzolate, con due zaffiri taglienti al posto degli occhi. Aveva una statura imponente e una personalità molto dispotica e decisamente austera.

«L’unica cosa che la sua famiglia non le ha mai dato, a giudicare dai suoi modi irriverenti e maleducati, direi sia una bella punizione. Se fosse stata punita adeguatamente da bambina, adesso ci penserebbe due volte prima di parlare».
Il timbro baritonale della sua voce mi fece percepire la pelle andare a fuoco. Aveva una voce così profonda e virile che tutto il mio corpo sembrò accendersi in risposta.
Sorrisi provocativa e puntai i miei occhi nei suoi, con l’aria di una che voleva lanciare sfide e provocazioni.

«Può sempre punirmi lei, professore. Se proprio ci tiene…», sussurrai sfrontata e beffarda, mentre mi sporgevo verso la sua poltrona.

«E a giudicare da come mi guarda ogni volta che apro bocca, sembra tenerci molto», lo provocai, sfiorando le sue labbra con le mie e respirando la sua colonia che sapeva di proibita tentazione, di paradiso illuminato da bagliori infernali e di dolce perdizione. I suoi occhi si posarono sulle mie labbra per qualche istante, per poi tornare a collidere nei miei. Avevo il corpo cosparso di tensione elettrica che non aspettava altro di liberarsi. Fiutavo l’ennesimo sbaglio che volevo commettere e portava il nome di Dante Villan. Il professore si stizzì come avevo previsto e mi avvolse il collo con le sue dita e strinse in una presa che mi fece mancare il respiro. Strabuzzai gli occhi come risposta istantanea. «La diverte provocarmi, signorina Clifford?», domandò sensuale e con un sorriso maligno maledettamente sexy. Una delle cose che amavo di più in assoluto era provocare. Provocare gli uomini che non sopportavo era divertente, mi faceva distrarre dalla realtà, dalla mia vita che non reputavo davvero mia. Mi sentivo come se indossassi un vestito che non era della mia taglia, delle volte era così stretto da impedirmi di respirare, delle volte mi calzava così largo da farmi sentire fuori posto. Allentò la presa sulla mia gola per permettermi di proferire parola. Boccheggiai alla ricerca di più aria possibile e poi mi mordicchiai il labbro inferiore intenta a provocarlo ancora di più. Sapevo che tasti premere, quando premerli, come premerli, per ottenere la melodia che avevo voglia di udire.

«Sì, ma mi divertirei molto di più se adesso mi prendesse qui, proprio sulla sua cattedra», sussurrai e lo vidi stringere gli occhi in due fessure. Sembrava combattuto e furioso. Non mi sopportava più e non solo perché ero una ritardataria maleducata che saltava le sue verifiche e via dicendo. Ma anche perché riuscivo a scatenare il suo desiderio. «Sa, professore… ogni volta che spiega i suoi cari amici poeti, io non penso ad altro che a farmi scopare da lei proprio qui, in questa classe», lo provocai con fare sfacciato.
Mollò la presa dal mio collo completamente. Si stanziò in piedi dinanzi alla mia figura ancora seduta. Lo guardai interrogativa dal basso, osservando la sua figura muscolosa e prestante. Era scattato qualcosa in lui. Qualcosa di confusionario. «Si alzi in piedi, signorina Clifford. Subito», ingiunse severo. «Altrimenti cosa fa?», lo sbeffeggiai sardonica. Stavo giocando con il fuoco. Mi piaceva questa sensazione. Volevo farmi bruciare dalle sue fiamme. «Vado in presidenza e racconto tutto l’accaduto, e le posso garantire che l’unico esito sarebbe a suo sfavore. E di certo, l’espulsione oppure la sospensione, se la preside dovesse essere comprensiva, non sarebbero affatto gradite, specialmente in una famiglia come la sua», disse con calma impeccabile e sembrando davvero indifferente ai miei modi.

«Questo è un ricatto», constatai irritata. Lui scosse il capo in un cenno di dissenso. «Risposta errata, signorina Clifford. È un ordine. E lei ora obbedirà».
Il pensiero di obbedire a qualcuno, solitamente, mi dava sui nervi, mi faceva venire la nausea e mi faceva solo ribellare per non dover seguire gli ordini. Eppure quest’uomo sapeva rendere il tutto stimolante. Era strano. Non sarei stata in grado di spiegarlo dettagliatamente. «Ora si stenda prona sulla cattedra e afferri una penna e un foglio», proseguì rendendomi confusa mentre il tono autoritario che usò per pronunciare queste parole mi fece scattare sull’attenti.
Obbedii al suo ordine curiosa di sapere cosa avesse in mente.
Si allontanò da me e andò verso la porta dell’aula. Inclinai il volto e lo osservai chiuderla a chiave. Il calpestio delle sue scarpe mi fece tendere e afferrai una penna nera che iniziai a usare come anti stress. Ero intimorita ma avevo anche tanto desiderio che bramavo di colmare.
«È un modo per punirmi questo?», biascicai fingendomi senza paura, curiosa e impaziente. Ridacchiò sottovoce dopo aver udito la mia domanda. Girai il volto per guardarlo in faccia e lo notai ghignare con fare diabolico. Sembrava avere pessime intenzioni e ciò mi fece percepire la stoffa delle mie mutandine inumidirsi.
«È così impaziente di essere punita, non è così?», domandò mordace.
Annuii e lo guardai di sbieco, attendendo che facesse qualcosa. Qualsiasi cosa. «Eppure dovrebbe saperlo, signorina Clifford…», mormorò con tono beffardo e malizioso, posando una sua mano grande sul mio fondoschiena, sollevando la gonna della divisa per espormi alla sua vista. «Una punizione non dovrebbe essere piacevole…», sussurrò.
Percepivo i suoi occhi sulla mia pelle esposta e ciò mi fece provare un miscuglio di sensazioni contrastanti. Impazienza. Imbarazzo. Eccitazione. Paura. Tensione. Desiderio. Agitazione. Adrenalina.

«Non sono un uomo gentile e comprensivo, lo tenga a mente, quando cerca di farmi innervosire», mi avvisò con un cipiglio di disprezzo dipinto sui lineamenti maturi del suo volto. «Sì, sì, certamente lo farò. Ora cosa vuole che faccia?», domandai impaziente e noncurante. Non sapevo se avevo più voglia di scoprire cosa avesse in mente il professor Villan oppure di uscire fuori dalle mura scolastiche. Forse entrambe. Una sculacciata sulla natica sinistra mi fece sobbalzare e intrappolai tra gli incisivi il labbro inferiore per trattenere un ansito di sorpresa e leggero dolore. «Cosa sta-», mi bloccai quando ricevetti un altro colpo sulla natica destra. Puntai gli occhi in quelli del professore. I nostri sguardi si collegarono e bruciarono insieme per una frazione di secondo, poi di nuovo freddo artico e mero disprezzo. «Ti punisco per le tue sconsideratezze…», rispose con voce cupa ma sensuale. La mia pelle sembrò diventare una distesa di fuoco rovente quando percepì un’altra percossa e non riuscii a trattenere un gemito di dolore e desiderio, perché adesso stavo desiderando di avere attenzioni da tutt’altra parte, e di tutt’altro tipo. Ma attenzioni donate sempre da questo professore che minacciava di farmi espellere oppure sospendere. «Per le tue parole…», sussurrò, accarezzando la pelle che aveva colpito con bruschezza come se potesse lenire il bruciore dolente solo con il suo tocco. Boccheggiai e cercai di zittirmi da sola con la mano perché odiavo non avere il controllo del mio corpo. La penna cadde sulla superficie legnosa generando un rumore sordo. Lui puntò la sua attenzione verso la penna.

«Oh, no, forse non ci siamo capiti…», ridacchiò maligno e aggirando lesto la cattedra per raggiungere il mio viso. Sfiorò le mie labbra con le sue dita con fare provocativo e poi mi spostò una ciocca dalla fronte.
«Adesso, signorina Clifford…», lo interruppi, facendolo innervosire ulteriormente. Era ancora più attraente da incazzato. Non potevo farci nulla, mi piaceva farlo arrabbiare. «Mi chiami Beatrix», mormorai. «È maleducazione interrompere una persona che sta parlando, signorina Clifford. Nessuno le ha insegnato a stare zitta quando serve? », rispose brusco lui, stizzito e rigoroso. «Beatrix, mi chiami Beatrix. Non mi piace il mio cognome. E no, nessuno me l’ha insegnato. Potrebbe farlo lei, non credo che le dispiacerebbe», dissi fingendo innocenza e sfoggiando un sorriso smagliante. «Non sarebbe opportuno», disse lui cercando di sembrare serio. Ma onestamente data la situazione, perdeva credibilità parlando di cose opportune. «Ah sì? Perché, professor Villan, quello che mi sta facendo ora sarebbe considerato opportuno?», lo stuzzicai sagace e ghignando. Silenzio, una quiete mostruosa si fece beffe di noi e delle nostre sconsideratezze. Non ero la sola a farne. Ma almeno io avevo la scusante di essere una ragazza immatura e giovane. Lui no, era un uomo adulto, con una famiglia alle spalle e una carriera che non sarebbe mai sopravvissuta se qualcuno avesse saputo quello che adesso stava facendo. «Non prendiamoci in giro. Nulla di tutto questo è opportuno. Adesso smetta di chiamarmi signorina Clifford e mi chiami Beatrix altrimenti andrò dritta in presidenza a riferire l’accaduto…», mi bloccai per osservare le sue reazioni.
Il professore mi guardava con minuzia e i suoi occhi si alternavano dal mio sguardo alla mia bocca che lo stava ricattando. «E a chi pensa crederà la preside? A lei oppure a una ragazzina di una famiglia prestigiosa, di diciott’anni, in lacrime e con dei segni sul fondoschiena?», mi presi gioco di lui con un sorrisetto sfrontato dipinto sulle labbra che lui non smetteva di guardare. «Sei una ragazzina testarda, non in lacrime», ribatté, degnandomi di uno sguardo tagliente. «Già. Io ottengo sempre quello che voglio», dissi con nonchalance. «Allora, mi chiamerà per nome?», domandai con irrequietezza. «Sta’ zitta, Beatrix. Prendi quella penna e pensa a fare la tua maledetta verifica. Consiglio: hai già abbastanza insufficienze, ti conviene impegnarti».
Sentire il mio nome sulla sua bocca mi fece avvertire una scarica di desiderio lungo la spina dorsale. E da come mi stava guardando, sapevo che fosse evidente, e che lui lo avesse fatto apposta a cedere al mio ricatto. Afferrai la penna con fare soddisfatto e iniziai a leggere la verifica già assorta di mio, ma poi il professore catturò completamente la mia attenzione con le sue azioni assolutamente inopportune.
Ma dannatamente eccitanti. Lo osservai sistemarsi la patta dei pantaloni e lottare contro quello che era opportuno e quello che stava desiderando di fare. Il desiderio non ha moralità. «Non distrarti, Beatrix. Svolgi il compito», ingiunse severo. Lo guardai storto. «Devo svolgere la verifica con lei che mi-», non mi fece finire la frase, infilò un dito sotto il tessuto delle mie mutandine e lo tirò verso di se, facendomi esordire con un gemito quando avvertii la stoffa sfregare maggiormente contro la mia intimità sensibile e bisognosa di attenzioni. Avevo il corpo a mille, e il cuore minacciava di uscirmi fuori dal petto. «Shh, Beatrix. Ascoltami attentamente…», sussurrò il professor Villan con malia.
«A ogni domanda ti farò eccitare sempre di più negandoti di raggiungere il piacere che tanto desideri, mentre a ogni parola fuori posto pronunciata dalla tua bella bocca maleducata verrai sculacciata. E mentre io giocherò un po’ con il tuo bel corpo tu dovrai restare concentrata sulla verifica, altrimenti oltre a beccarti un’altra insufficienza verrai anche lasciata insoddisfatta e maledettamente eccitata».
Il mio corpo si inarcò in risposta, sporgendosi vistosamente e spingendosi contro la sua mano cosparsa di vene, per spronarlo a toccarmi. «Da adesso basta parlare», decretò lui.

POV PROFESSOR VILLAN

I miei occhi erano ancorati saldamente al fondoschiena esposto di una mia studentessa. Non riuscivo a capacitarmi di come fossi finito qui, in questa situazione inopportuna, con Beatrix Clifford, una delle ragazzine più problematiche e indisciplinate che avessi mai conosciuto in tutta la mia carriera da professore. Tuttavia, tralasciando i suoi modi di fare ribelli e irriverenti, era davvero bella, aveva l’aspetto di una creatura eterea, con quegli occhi da cerbiatta che sembravano appartenere a nientemeno che un angelo. Ma poi si affilavano come rasoi ed emergeva lo spirito di Lilith direttamente dall’inferno. Non avevo mai proiettato le mie perversioni su una studentessa. Avevo sempre avuto un saldo autocontrollo ed avendo vincoli familiari, non avevo mai dato attenzioni di questa tipologia a nessun’altra eccetto mia moglie da quando mi ero sposato. Ma questa ragazza aveva qualcosa di magnetico e mi sentivo come se non avessi scelta. Come se non potessi evitarlo. Era come se avvertissi il bisogno di toccarla. Di punirla. Di farle del male. Di farla godere. Il mio corpo era maledettamente attratto dal suo e dopo tutte le provocazioni sfacciate che mi aveva riservato, avevo definitamente perso il lume della ragionevolezza. Era sbagliato sotto ogni punto di vista, ne eravamo entrambi consapevoli. L’unica differenza era che io stavo ignorando quanto fosse sbagliato e che lei si eccitava sbagliando.
«È davvero perfido, professore», mugugnò Beatrix indispettita, con una voce bambinesca e dispettosa.
Quella voce mi fece contrarre il membro e irritato dalla sfacciataggine con cui osava continuare a parlarmi le diedi un’altra sculacciata, aumentando gradualmente l’intensità dei colpi inferti. «Non hai ancora visto niente. Occhi sul foglio. Svolgi il compito», dissi con austerità, carezzandole la natica che avevo colpito, notando l’arrossamento che stava permeando la sua pelle con l’eccitazione che stava crescendo sempre di più, facendomi avvertire i pantaloni del completo improvvisamente scomodi e troppo stretti. «Se lo svolgo poi mi permetterà di venire?», domandò lei, sfacciata e maliziosa. Sculacciai con maggiore intensità la stessa natica, per farle avvertire il colpo e metterla sull’attenti. Lei si lamentò come una bambina e io risposi con rigorosità: «Solo se riuscirai a raggiungere la sufficienza».
Stentavo a credere che ci sarebbe riuscita, visto che aveva tutti brutti voti, ma improvvisamente mi ritrovai a sperare che avvenisse un miracolo, perché il mio corpo mi stava implorando di toccarla, leccarla, scoparla, sculacciarla, e tanto altro. Dalla prima volta che aveva osato rispondermi a tono con quell’ardire e con quell’aria indifferente, avevo anelato di farle le peggio cose e rimetterla in riga a modo mio. Di farla stare zitta a modo mio. Di insegnarle l’educazione a modo mio. Avevo il cazzo così duro che quasi mi faceva male. «Crede che io non possa farcela, prof?», mi provocò lei, con mordacia. Occhieggiai la sua espressione guerrigliera e il movimento della penna che teneva tra pollice e indice con femminilità.
«Dimostrami che mi sbaglio, Beatrix. Avanti, sono impaziente di correggere la tua verifica»
«Ah sì? Io direi che è impaziente per un’altra ragione», mi schernii Beatrix con malia, osservando il rigonfiamento dei miei pantaloni con aria compiaciuta.
«Inizia oppure ti sequestro il compito. Non ho tutto il giorno», dissi minaccioso. Lei sghignazzò e io restai zitto a fissare il suo corpo con minuzia mentre mi figuravo nella mente tutto quello quello che avrei potuto farci. Osservai la sua bocca che giocherellava con il tappo della penna, mordicchiandolo con fare distratto. Aveva delle labbra piccole ma piene, che inevitabilmente iniziai a immaginare intorno al mio membro. D’un tratto udii dei passi, il calpestio di tacchi a spillo che incontravano il pavimento. Una donna si stava avvicinando alla mia aula. Il rumore si interruppe. La donna bussò due volte, attendendo che qualcuno rispondesse e le dicesse di entrare. Sia io che Beatrix sobbalzammo e spostammo lo sguardo verso la porta che fortunatamente avevo chiuso a chiave. «Signor Villan, è qui in classe? Ho urgenza di parlarle», esordì la voce autorevole della preside Johnson. La ragazza che era prona sulla mia scrivania con il culo all’aria mi guardò elettrizzata e agitata al tempo stesso. Sembrava su di giri. Mi venne voglia di torturarla perché per lei magari era divertente, ma per me era tutt’altro. Non potevo permettermi di perdere questo lavoro. Non potevo permettermi di fare qualcosa del genere con una studentessa. Deglutii il nodo che mi si era formato in gola e cercai di capire cosa dire e cosa fare. Arrivai alla conclusione di non rispondere e farla allontanare da questa classe.
Il mio telefono prese a trillare. Un nuovo messaggio. Era della preside e mi chiedeva se fossi a scuola. Risposi di sì, dicendole che stavo andando in sala professori. Lei si allontanò dalla mia aula e io ritornai a respirare. Beatrix cominciò a guardarmi divertita e io la trucidai con uno sguardo. «Devo andare. Buona giornata», cercai di andarmene ma lei scese svelta dalla cattedra e mi ostruii il passaggio.
Digrignai i denti, snervato.
«Di già? E non vuole correggere la mia verifica?», mi sbeffeggiò irrisoria e sagace.
«Come io ho dovuto aspettare una miriade di giorni per avere una tua maledetta verifica, adesso tu aspetterai finché non avrò tempo di correggerla», dissi gelido e poi schizzai rapido fuori dall’aula, alla ricerca della preside.

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